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venerdì 28 settembre 2012

La sconvolgente scoperta della "banalità del male"

                     della "banalità del male"                 

A cento anni dalla nascita di Hannah Arendt una riflessione su uno dei temi centrali del suo pensiero

GAETANO VALLINI
"Finora la convinzione che tutto sia possibile sembra aver provato soltanto che tutto può essere distrutto. Ma nel loro sforzo di tradurla in pratica,   i regimi totalitari hanno scoperto, senza saperlo, che ci sono crimini che gli uomini non possono né punire né perdonare. Quando l'impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto, impunibile e imperdonabile, che non poteva più essere compreso e spiegato coi malvagi motivi dell'interesse egoistico, dell'avidità, dell'invidia, del risentimento; e che quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare, l'amicizia perdonare, la legge punire".
A cento anni dalla nascita, avvenuta il 14 ottobre 1906, vogliamo ricordare la filosofa Hannah Arendt soffermandoci su uno degli aspetti fondamentali del suo pensiero, la riflessione sul concetto di "male", che ha influito sull'analisi di uno dei capitoli più terribili della storia del secolo scorso: la shoah.
Di origini ebraiche, nata a Königsberg, nei pressi di Hannover, la Arendt si forma filosoficamente tra Berlino, Marburgo, Friburgo e Heidelberg, avendo come maestri, tra gli altri, Jaspers e Heidegger. Con quest'ultimo discute una tesi sul concetto di amore in sant'Agostino. Arrestata nel 1933, fugge a Praga, poi a Ginevra, a Parigi e successivamente, nel 1941, a New York. Alla fine della guerra riallaccia i rapporti con Jaspers, ma non con Heidegger, anche per il persistente silenzio di questi sulla sua adesione al nazismo.
Quando scrive il citato brano sul "male assoluto" ne Le origini del totalitarismo (1951), la Arendt non ha ancora vissuto l'esperienza del processo ad Adolf Eichmann, il responsabile della sezione IV-B-4 (competente sugli affari concernenti gli ebrei) dell'ufficio centrale per la sicurezza del Reich (Rsha), catturato nel maggio 1960 da agenti israeliani in Argentina, dove si era rifugiato. Dunque non ha ancora pubblicato il celebre libro La banalità del male (1963) che riporta le cronache sul dibattimento redatte da Gerusalemme per il "New Yorker".
Eppure ha già avviato la riflessione che la porterà più tardi a una definizione che supera e completa quanto affermato nel '51 e appare in qualche modo una sintesi del suo pensiero al riguardo. "È... mia opinione - scrive in una lettera a Gershom Scholem - che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s'interessa al male viene frustrato, perché non c'è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale".
L’'analisi della Arendt parte dall'osservazione di Eichmann, l'anonimo funzionario nazista che ha organizzato con fredda pignoleria e con terrificante efficienza il trasporto di milioni di uomini nei campi di sterminio, ma che si difende davanti alla corte e al mondo sottolineando di non aver mai torto un capello ad un ebreo, essendosi limitato ad eseguire ordini. C'è qualcosa di agghiacciante in questa affermazione di innocenza fatta senza ombra di pentimento: in fondo, dirà l'imputato, si era occupato "soltanto di trasporti". Ma è proprio in questa assenza di consapevolezza della gravità della colpa, nella disarmante dimostrazione di mediocrità intellettuale ad essa sottesa, che la Arendt trova la chiave di lettura che stravolge il concetto stesso di male così come concepito fino ad allora.
Per la filosofa, la banale malvagità di Eichmann, che ne ha fatto uno dei peggiori carnefici della storia, è il frutto semplice e mostruoso della sua "mancanza di immaginazione". Una carenza che si traduce anche in assenza di quella dimensione peculiarmente umana, l'empatia, che fa sì che si ci possa immedesimare nell'altro al punto di essere partecipe delle sue emozioni, siano esse di gioia o di dolore.
La studiosa sostiene che le azioni compiute dall'imputato "erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso". "Non era stupido - sottolinea riferendosi ad Eichmann -, era semplicemente senza idee... Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell'uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme". Per la Arendt, è "questo agire in assenza di pensiero il fatto tragico dei nostri tempi". È il pericolo estremo della irriflessività. "Il guaio del caso Eichmann - sottolinea - era che uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali".
Ciò rispecchia sostanzialmente quanto scrive nel 1985 Primo Levi di Rudolf Höss presentandone il libro autobiografico Comandante ad Auschwitz: "È uno dei libri più istruttivi che mai siano stati pubblicati, perché descrive con precisione un itinerario umano che è, a suo modo, esemplare: in un clima diverso da quello che gli è toccato di crescere, secondo ogni previsione Rudolf Höss sarebbe diventato un grigio funzionario qualunque, ligio alla disciplina e all'ordine: tutt'al più un carrierista dalle ambizioni moderate. Invece, passo dopo passo, si è trasformato in uno dei maggiori criminali della storia umana... Mostra con quale facilità il bene possa cedere al male, esserne assediato e infine sommerso, e sopravvivere in piccole isole grottesche: un'ordinata vita famigliare, l'amore per la natura, un moralismo vittoriano".
Riconoscere la banalità del male nel singolo esecutore di ordini criminali porta anche a far cadere l'alibi della responsabilità collettiva. Una responsabilità, questa, che finisce per non individuare colpevoli, assolutizzando oltre che il male anche i malvagi, sottraendoli di fatto al giudizio. La Arendt, invece, non riduce i singoli responsabili dei crimini nazisti a pedine manovrate da un destino già scritto. Nonostante tutto ritiene che essi, come uomini, avessero capacità di giudizio. Soltanto decisero di non giudicare, abdicando alla loro capacità di distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è.
Dunque, il male non sceglie, si fa scegliere. E si fa scegliere anche da persone "normali". La banalità del male rilevata in Eichmann è di fatto il terribile riconoscimento della "normalità" del male. Una normalità che fa sì che alcuni atteggiamenti comunemente ripudiati dalla società trovano modo di manifestarsi attraverso il cittadino comune, che non riflette sul contenuto delle norme ma le applica incondizionatamente.
È questa la sconvolgente verità: il male è umano anche nelle sue forme più aberranti ed estreme, quelle che ai più sembrano impensabili e quindi inspiegabili. Riconoscere questo in un carnefice significa in ultima analisi riconoscere di avere qualcosa in comune con lui in quanto uomini. E ciò per alcuni è inaccettabile.
Martin Buber - che tra l'altro non esitò a definire un "errore di portata storica" l'esecuzione di Eichmann perché poteva "liberare dal senso di colpa molti giovani tedeschi" - affermò di non provare nessuna pietà per il condannato, perché aveva pietà solo per quelli "di cui nel mio cuore capisco le azioni", ripetendo che "solo formalmente" aveva qualcosa in comune, come uomo, con coloro che avevano partecipato alle gesta del Terzo Reich.
Il libro La banalità del male scatenò un putiferio in ambienti ebraici, che vedevano nelle tesi della Arendt quasi un'assoluzione di Eichmann e per contro una neppure tanto velata accusa agli ebrei stessi per le reticenze circa il tragico fenomeno del collaborazionismo (ingenua condiscendenza, almeno in alcune circostanze) al massacro del loro popolo da parte dei nazisti. Ma la Arendt non intendeva assolvere Eichmann. Voleva semplicemente sottolineare il fatto, tremendo, che non bisogna necessariamente essere malvagi per compiere il male. Eichmann, nella sua atroce normalità, costituisce l'espressione più inquietante del nazismo. Egli incarna il tipo sociale più caratteristico del totalitarismo: l'individuo atomizzato della società di massa, incapace di partecipazione civile, che trova la sua nicchia vitale in un'organizzazione che ne annulla il giudizio morale.
Allo stesso tempo la Arendt intendeva porre all'attenzione una realtà non meno inquietante, certamente impopolare e scomoda: un'intera società, frutto di una evoluta civiltà, può sottostare ad un totale cambiamento dei riferimenti morali senza che i suoi membri siano in grado di emettere alcun giudizio su quanto sta accadendo. È ciò che Alain Besançon chiama "sregolamento della coscienza naturale e comune", processo che porta a snaturare il rapporto con il reale e quindi alla "falsificazione del bene".
L'analisi di Hannah Arendt sulle interrelazioni tra la facoltà di pensare, la capacità di distinguere tra giusto e sbagliato e la capacità di giudizio resta uno dei capitoli più significativi della riflessione filosofica della seconda metà del secolo scorso. Una riflessione in seguito ripresa da altri pensatori e studiosi che hanno indagato ulteriormente sulle motivazioni comuni e quotidiane del male banale.

da:La sconvolgente scoperta della "banalità del male"
 Copyright L'Osservatore Romano
14.10.2006

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