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domenica 23 settembre 2012

Sia benedetto quell’imprevisto che rovina i nostri piani

Sia benedetto quell’imprevisto che rovina i nostri piani

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agosto 26, 2012 Aldo Trento
Padre Aldo, sono in una situazione che non avrei mai immaginato potesse succedere a me. Credevo di avere pianificato tutto, ho terminato la facoltà di Medicina con una media del 30, ho un fidanzato, non manca niente alla mia vita. Avevo tanta forza, sentivo che potevo stravincere, che niente avrebbe potuto fermarmi. Sono sempre stata ossessionata dall’avere la migliore media accademica, a qualsiasi costo, lasciando da parte molte cose. Credevo che questo mi avrebbe portato a essere una professionista di successo e di conseguenza ad avere un buon lavoro nei migliori ospedali, la migliore formazione e una stabilità economica. Fino a quando mi sono trovata, improvvisamente, completamente paralizzata e piena di terrore: ho sperimentato un vuoto enorme, mi è sembrato che tutta la vita incominciasse a cadere a pezzi e mi sono emerse mille domande. Dove sto andando? Qual è il senso di tutto questo? Alla fine, perché tanto studio? Per essere la migliore? Per guadagnare denaro? Perché? Per goderne con chi? Padre, mi sento tanto ingrata per essere così, l’ho capito una volta raggiunto tutto quello che più desideravo e mi sento profondamente triste e sola. Sola anche se ho un fidanzato. Perché? Mi sento completamente incompresa: come può essere che dopo aver condiviso tre anni della mia vita con lui adesso quando lo vedo non capisco di cosa mi parla, non so di cosa parlargli, come se non lo conoscessi? Sembra un incubo, come se mi fossi sposata e un giorno mi fossi svegliata e, guardandolo, mi fossi spaventata: chi è questo che è al mio fianco? Voglio forse creare una famiglia con lui? Educare un bambino? È un’angoscia orribile, perché mi sento schiacciata, completamente soffocata, come se non avessi altra uscita se non sopportarlo, anche se non sono ancora sposata con lui. 
Lettera firmata

Quid animo satis?, si chiedeva San Francesco. Cara amica, non esiste una posizione più umana, più bella, più ragionevole della tua. Vivere intensamente il reale significa fare i conti con queste domande, che sono il tessuto ontologico dell’io umano. All’alba della tua vita hai riposto tutta la tua fiducia, la tua ragione nel vivere per i miti della cultura dominante pagana: il fidanzato, il successo e un corso di studi che ti permettesse di guadagnare denaro. Anche per i tuoi genitori questi erano i pilastri della loro preoccupazione educativa. Infatti, cosa sognano i padri borghesi di oggi per i loro figli? Che siano i migliori. Che abbiano successo, che si sposino e se possibile (qui in Paraguay è una priorità assoluta) che abbiano dei figli. Tu hai già raggiunto una parte di questi progetti: sei medico, sei uscita dall’università con i migliori voti, hai un fidanzato e un ambiente che ti garantisce tutto. Ma non sei felice. Non solo, giudichi la tua vita come un totale fallimento. Ti sei sentita paralizzata e piena di terrore, sperimentando un vuoto enorme, fino al punto da percepire che tutta la tua esistenza stia cominciando a cadere a pezzi, con mille questioni che ti tormentano. È come se improvvisamente un imprevisto fosse entrato nella tua vita, un imprevisto che ha rovinato tutti i tuoi progetti, i tuoi sogni. E questo imprevisto si chiama “cuore”.
Ma non il cuore di cui si parla tanto il giorno di San Valentino o quello che molte volte hai disegnato spedendo una lettera al tuo moroso. Il cuore è un’altra cosa, più profonda e unica. Il cuore non è il sentimento, l’affetto, ciò che mi piace, come tutti siamo abituati a pensare. Il cuore coincide con quella sete di felicità, di amore, di bellezza, di giustizia, di verità che pulsa nello svegliarci alla vita. Il cuore cerca un’altra cosa, più in là di ciò che tocchiamo, vediamo, percepiamo. Il cuore è come l’Icaro di Matisse: cerca l’Infinito.
Già alla tua tenera età, ti sei resa conto che il fidanzato e il successo, ottenuto sudando “sangue”, non solo non compiono le tue attese, ma hanno lasciato nel profondo del tuo essere una terribile delusione, un vuoto mai sperimentato prima. Ciò che ora stai vivendo è l’esperienza di qualsiasi uomo seriamente implicato con la sua vita, con il reale. Non esiste genio umano che non viva il tuo stesso dramma e molte volte la tua disperazione. È il prezzo che uno paga alla vita, alla realtà quando la prende sul serio.
Ma è un prezzo che ti porta in cammino verso la ricerca, come afferma il salmo 62, dell’Unicum che corrisponde alla natura del cuore e che è la ragione stessa della vita: «Oh Dio Tu sei il mio Dio, per te mi alzo, la mia anima è assetata di Te, la mia carne ha ansia di Te, come terra deserta arida senz’acqua».
Tutto è niente, solo Dio è grande. Tutto termina, solo Dio è eterno e il cuore dell’uomo è eterno, perché è creato per Dio.
Cesare Pavese, uno dei più amati scrittori della mia gioventù, dopo aver vinto un prestigioso premio letterario in Italia ha scritto: «Apoteosi ieri a Roma! Ed ora?». E in un altro scritto: «Tutti mi cercano perché sono famoso… ma nessuno è capace di offrirmi un minuto di totale e gratuita simpatia. E da chi non è capace neanche di questo piccolo gesto non accetto neanche una sigaretta». Per Pavese questa delusione, questa sete di Infinito, di amore che non ha avuto la grazia di sperimentare nella sua vita come una definitività, l’ha portato al suicidio. È la vita che chiede l’eternità. Non si può pensare, e sarebbe disumano cadere nell’illusione, che un aspetto compiuto della vita possa risolverla.
La vita nella sua totalità è fatta per l’Infinito, come mi ricordava ogni giorno una ragazza di 17 anni malata di cancro che abitava alla Clinica San Ricardo Pampuri e che quando salutavo mi rispondeva: «Padre sono felice, perché sono benedetta». E benedetta nella sua posizione significa: «Scelta, amata da Dio». Siamo fatti per l’Infinito e l’Infinito non dipende da te. Da te dipende il fatto di riconoscerlo. L’Infinto è l’Essere che ti crea in questo momento, l’oggetto della tua ragione, del tuo cuore che instancabilmente si chiede il perché delle cose, della realtà, della vita. È ciò che permette ai miei pazienti, come Carlos, di terminare i suoi ultimi giorni nella Clinica componendo la sua ultima canzone: “Morire Cantando”. Che commozione mi suscitano, ogni volta che mi vengono in mente, le parole di una poesia di Giuseppe Ungaretti: «Chiuso tra le cose che muoiono (perfino il cielo pieno di stelle finirà) perché desidero Dio?».
È la stessa domanda che ha accompagnato per secoli gli Indios Guaraní che vagavano senza riposo, cercando la terra senza il male che avevano perso per una colpa originale (la metafora della vipera che ha contaminato l’Eden creato da Tupá). Hanno terminato il loro cammino solo quando, grazie ai missionari, hanno incontrato l’Avvenimento cristiano. Cioè quando hanno incontrato Cristo, presenza viva, corrispondente ai desideri umani del cuore. L’uomo, poiché creatura divina, pensato fin dall’eternità dal Mistero, non troverà mai in questa terra la pienezza affettiva, quel desiderio di compimento totale di se stesso. Sant’Agostino lo ha detto molto bene, dopo una vita disordinata alla ricerca della felicità, quando ha affermato: «Il mio cuore è sempre stato inquieto finché ho incontrato Te, oh Signore». Per questo, quando l’essere umano, come nel caso di questa ragazza, ripone la ragione della sua vita negli idoli, precipita nella delusione del niente. L’idolo ha la bocca ma non parla, non comunica, ha gli occhi ma non vede, ha orecchie ma non sente, cioè non percepisce la voce dell’Infinito che chiama la sua creatura per il suo nome.
Le conseguenze della nostra devozione agli idoli, che si chiami mondo, fidanzato, moglie, successo o un’altra cosa, sono il vuoto e la disperazione. Quindi c’è un problema. Tutta la cultura moderna tocca l’uomo, lo influenza, è organizzata per censurare questo grido del cuore, per far tacere le nostre esigenze più profonde, i nostri desideri più potenti come quello d’amore, di felicità, di giustizia, di bellezza, di verità, sostituendoli con altri creati dal potere dominante positivista che “obbliga” l’uomo a fermarsi all’apparenza delle cose. In questo modo, l’essere umano diventa come una marionetta, quando non è schiacciato nella sua dignità. Nonostante ciò, il potere non riuscirà mai a distruggere l’uomo, perché ci sarà sempre un momento in cui il suo cuore, come quello di questa ragazza, si risveglierà e con i suoi battiti spingerà verso la libertà, per cercare la verità di se stesso. La verità di ciascuno è quel bambino che contempliamo nel presepe e che è un fatto vivo, presente oggi nella realtà umana che è la Chiesa. La Chiesa si pone come l’unico baluardo in difesa dell’uomo e della sua dignità, perché quel Verbo che si è fatto carne nella Vergine Maria continua a essere fisicamente presente oggi nella Chiesa, in quei tratti umani trasfigurati dall’incontro con Cristo. I Santi di ieri e di oggi sono l’evidenza della presenza di Cristo, l’unico che può rispondere alla domanda di questa ragazza delusa dall’illusione della carriera e dall’incapacità del fidanzato di riempire la sua fame e sete di amore. Ancora una volta ripropongo la bellissima affermazione di Vittorino, il grande oratore e senatore dell’impero romano convertito al cristianesimo: «Incontrando Cristo sono diventato uomo».
paldo.trento@gmail.com

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