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sabato 4 agosto 2012

Letteratura come vita: Giovanni Papini

Letteratura come vita: Giovanni Papini

Storia di una belva diventata… agnello
di ANGELO COMASTRI
Nella vita di S. Francesco è giustamente celebre l’episodio del feroce lupo di Gubbio che, ammonito severamente dal Santo, diventò mite come un agnello. Non è escluso che l’episodio nasconda la conversione di qualche feroce brigante di quel tempo. Del resto, nella storia della Chiesa, queste trasformazioni sono piuttosto frequenti e svelano l’infaticabile peregrinazione di Cristo per le vie tortuose degli uomini. Nel 1986, per ricordare un episodio abbastanza recente, l’ex-terrorista Marco Pisetta, scrivendo a padre Adolfo Bachelet (fratello di Vittorio Bachelet, assassinato dalle Brigate Rosse), gli aprì la sua anima e raccontò l’emozione provata nel momento in cui avvertì il respiro di Cristo… alle sue spalle. Ecco le sue parole toccanti: “Io dico che mi ha aiutato molto qualcuno che va oltre gli uomini, qualcuno al quale ho chiesto aiuto, qualcuno al quale mi sono affidato, qualcuno che mi ha dato una certa pace e serenità interna, qualcuno che ho incontrato in un cammino che sto cercando di percorrere anche ora, nonostante le molteplici difficoltà che vengono dal mio passato. Nel passato ho sempre diviso il mondo in due, nemici e amici; e poi lo dividevo ancora, in metà che scappa e l’altra metà che la rincorre, oppure metà che produce e metà che mangia i prodotti, e così via, in un circolo senza fine e senza sbocchi per uscirne, fatto di odi e di rancori. Non ho ancora il coraggio di pronunciare il nome di quel qualcuno, perché non credo di essere arrivato sufficientemente vicino a lui per sentirlo e per riconoscerlo, però intravedo la sua luce e odo la sua voce, anche se non capisco il suo linguaggio”. Impressiona il martellante “qualcuno” senza avere il coraggio di pronunciare il nome! Sentimenti simili li ritroviamo in Giovanni Papini, dopo il suo clamoroso abbraccio con Cristo.
La belva di Firenze
Giovanni Papini nacque a Firenze nel 1881 da Luigi e da Erminia Cardini. Il papà, ex-garibaldino d’Aspromonte e del Volturno, massone convinto e repubblicano feroce, aveva risolutamente deciso di non far battezzare il figlio e vigilava, affinché la moglie non commettesse un simile e (per lui!) ridicolo gesto. Ma le donne, come si dice, ne sanno sempre una più del diavolo. E, infatti, la mamma, dopo aver preso tutte le dovute precauzioni, trovò il modo di portare segretamente il bambino in chiesa e lo fece battezzare con il nome di Giovanni: il seme del santo Battesimo faticò tanto a germogliare accanto a papà Luigi, ma, alla fine, spuntò rigoglioso regalando alla Chiesa e al mondo un meraviglioso cristiano.
Inizialmente, si capisce, crescendo all’ombra di un padre… fervente anti-cattolico, Giovanni Papini bevve avidamente i velenosi principi di una visione della vita senza Dio, anzi… contro Dio! Nel 1911, all’età di trent’anni, pubblicò un terribile libro, intitolato ‘Le memorie d’Iddio’. In questo libro Papini, ironicamente, metteva in scena Dio stesso e sulla bocca di Dio poneva queste blasfeme parole: “Uomini: diventate atei tutti, fatevi atei subito! Dio stesso, il vostro Dio, Iddio vostro figlio, ve ne prega con tutta l’anima sua!”. Parole terribili!
L’opera, si capisce, fece grande scalpore e suscitò un mare di reazioni. Giovanni Papini, dopo la conversione, piangeva al pensiero di aver scritto un simile libro e incaricò la figlia Viola di ricercare tutte le copie ancora esistenti e di bruciarle. È stata la figlia a raccontare che il papà, rattristato e pentito, un giorno le disse: “Viola, mi fido soltanto di te. Mi son fatto rendere da Vallecchi tutti i volumi delle ‘Memorie d’Iddio’: bruciali tutti, che non ne resti nemmeno una copia!”.
Ma nel 1911 il sentimento di Papini era completamente diverso e provò una soddisfazione beffarda di fronte ai commenti scandalizzati dei credenti. E, due anni dopo, sulla rivista da lui fondata, L’Acerba, pubblicò un articolo ancora più cattivo, intitolato ‘Cristo peccatore’. In quelle pagine egli insultò Cristo con termini volgari e irripetibili, al punto tale che l’arcivescovo di Firenze proibì ai fedeli la lettura della rivista e contro l’autore venne intentato un processo (nel quale fu assolto) per oltraggio alla religione. In quell’occasione Tommaso Gallarati Scotti gli scrisse una severa lettera di rimprovero, che però terminava con una singolare profezia. Diceva così: “Lascia che io confidi per te in Colui a cui hai gettato il fango e nel quale io credo con tutto l’ardore della mia fede rinata. Perché tu non te ne puoi liberare. L’ombra della Sua croce si stende anche sopra di te, il Suo occhio non ti abbandona. Egli rimane il silenzioso giudice della tua vita. Tu non puoi fuggirlo. Egli attende la tua anima al varco per risponderti”.
E così è stato: puntualmente! Anche Domenico Giuliotti, anima aperta alla Luce di Cristo, era convinto che le bestemmie di Papini nascondessero interesse, nostalgia e forse… anche amore. Fu Giuliotti a dire apertamente che quel “fetido, ignorantissimo e stupidissimo porcume dell’Acerba” non era il vero Papini.
Un uomo finito trova l’Infinito
Intanto lui, il provocatore nato, nel 1912 esce con l’opera ‘Un uomo finito‘. In quest’opera si aprono inattesi squarci, dai quali si intravede un’anima disperata…, un’anima alla ricerca della luce. Scrive: “Tutto è finito, tutto è perduto, tutto è chiuso. Non c’è più nulla da fare. Consolarsi? Neppure. Piangere? Ma per piangere ci vuole ancora dell’energia, ci vuole un po’ di speranza! Io non son più nulla, non conto più, non voglio niente: non mi muovo. Sono una cosa e non un uomo. Toccatemi: sono freddo come una pietra, freddo come un sepolcro. Qui è sotterrato un uomo che non poté diventare Dio”.
Parole inquietanti di un uomo di trentuno anni appena, parole che riecheggiano le diaboliche affermazioni di Federico Nietzsche! Però, nella stessa opera, Giovanni Papini lancia un grido, una invocazione, quasi una preghiera: “Io non chiedo né pane, né gloria, né compassione. Ma chiedo e domando, umilmente, in ginocchio, con tutta la forza e la passione dell’anima, un po’ di certezza: una sola, una piccola fede sicura, un atomo di verità. Ho bisogno di un po’ di certezza, ho bisogno di qualcosa di vero. Non posso farne a meno; non so più vivere senza. Non chiedo altro, non chiedo nulla di più, ma questo che chiedo è molto, è una straordinaria cosa: lo so. Ma la voglio in tutti i modi, a tutti i costi mi deve essere data, se pur c’è qualcuno al mondo cui preme la mia vita. Senza questa verità non riesco più a vivere e se nessuno ha pietà di me, se nessuno può rispondermi, cercherò nella morte la beatitudine della piena luce o la quiete dell’eterno nulla”.
La risposta di Cristo non tardò a venire, perché Cristo è sempre accanto all’uomo che Lo invoca: il problema non è Lui, ma è la porta del cuore umano che deve umilmente aprirsi per accogliere l’infaticabile Pellegrino d’Amore. Perché Lui, Gesù Cristo, non ha l’abitudine (che è tipica dei ladri) di sfondare le porte. Ma se la porta si apre…!
Non sappiamo quando Papini aprì la porta a Cristo: noi siamo soltanto spettatori della festa, a incontro già avvenuto. Però è sicuro che l’incontro avvenne tra il 1919 e il 1921. Come? Che cosa o chi preparò l’incontro? Possiamo affermare che tutta una serie di provvidenziali circostanze ammansirono ‘la belva’ nascosta nell’anima di Papini e fecero nascere l’agnello pronto a correre incontro al Buon Pastore. Ecco le circostanze: la prima guerra mondiale con la sua carica di tragedie assurde; il rimorso d’averla invocata (anche questo fece Papini!); la Comunione delle sue bambine e la dolcezza cristiana della moglie; i rimproveri e gli stimoli continui dell’amico Domenico Giuliotti; le letture buone di quel periodo (tra cui le opere di S. Agostino e di Pascal e gli Esercizi Spirituali di S. Ignazio di Loyola e l’Imitazione di Cristo e lo stesso Vangelo) andavano tutti in una direzione: il cuore ormai gravitava verso Cristo.
Il buon amico Giuliotti, il 20 gennaio 1920 gli scrisse: “Tu assetato di verità, eccoti sprofondato, fino all’ultimo ricciolo della tua gran testa piena di lampi e di buio, nel fetido pozzo nero dell’anticlericalismo che disprezzi. I tuoi occhi non vedono; i tuoi orecchi, otturati dal cerume dell’ignoranza religiosa, non odono. Hai da imparare a farti il segno della Croce, da imparare a inginocchiarti, da imparare a credere nell’Incomprensibile, da imparare a comunicarti come le tue bambine e da imparare infine, carezzato dalla Fede, a combattere per la verità della Chiesa che è la verità di Dio. La tua penna, per vent’anni, ha scritto a dettatura del diavolo. Tu sei stato, per vent’anni, un avvelenatore di te stesso e degli altri. Bisogna cancellare e riscrivere. I tuoi libri, alcuni infami, altri vani, altri belli ma profani, buttali risolutamente e con gioia, sul rogo della vanità. E ricomincia da capo. Scrivi per rinnegare tutto ciò che hai scritto; per essere folle, tra i savi del mondo, della follia di Cristo. Mettiti contro-corrente. Lotta, ricoperto dagli sputi della marmaglia, sotto l’insegna della Croce”.
Come è commovente questo modo di essere amici: amici per farsi del bene. Questa è l’amicizia! E Papini ascoltò l’amico Domenico Giuliotti e ascoltò tante voci che indicavano tutte la stessa direzione. Dirà lui stesso: “Come lo scrittore sia giunto a ritrovare Cristo, da sé, camminando per molte strade che alla fine sboccavano tutte ai piedi della Montagna dell’Evangelo, sarebbe un discorso troppo lungo e anche difficile”.
È vero! È difficile raccontare la strada fatta per andare incontro a Cristo, perché, in verità, quella strada è la strada che ha fatto Cristo per venire incontro a noi. Qui sta il meraviglioso mistero di ogni conversione.
Un uomo nuovo
Nel 1921 Giovanni Papini era cristiano: fervente cristiano, letteralmente innamorato di Cristo. E il suo amore per Cristo lo tradusse in un’opera, la Storia di Cristo (cinquecento pagine, novantasei capitoli), nella quale egli testimonia la gioia e lo stupore dell’incontro con Colui che da sempre gli mancava; ma soprattutto in queste pagine egli invoca il Signore con l’entusiasmo del neofita, con la gioia del viandante che, dopo anni di smarrimento, approda alla casa sognata e avverte il bisogno di gridare a tutti – specialmente agli uomini di cultura – l’urgenza di un ritorno all’unico Salvatore.
Nell’intenzione di Papini, la Storia di Cristo vuole essere un atto di riparazione e lo dice apertamente: “L’autore di questo libro ne scrisse un altro, anni fa, per raccontare la malinconica storia di un uomo che volle, per un momento, diventare Dio. Ora, nella maturità degli anni e della coscienza, lo stesso autore ha tentato di scrivere la vita di un Dio che si fece uomo. In quel tempo di febbre e di orgoglio, quegli che scrive offese Cristo come pochi altri, prima di lui, avevano fatto. Eppure dopo sei anni appena – ma sei anni che furono di gran travaglio e devastazione fuori di lui e dentro di lui – dopo lunghi mesi di concitati ripensamenti, ad un tratto, interrompendo un altro lavoro, quasi sollecitato e sospinto da una forza più forte di lui, cominciò a scrivere questo libro di Cristo, che ora gli sembra insufficiente espiazione di quelle colpe”.
Dopo aver incontrato Cristo, tutto il resto gli sembra ombra. Scrive con deciso puntiglio: “Quello che fu prima di Cristo può essere bello, ma è morto. Cesare ha fatto, ai suoi tempi, più rumore di Gesù e Platone insegnava più scienza di Cristo. Ancor se ne ragiona, del primo e del secondo, ma chi si accalora per Cesare o contro Cesare? E dove sono, oggi, i platonici e gli anti-platonici? Cristo, invece, è vivo in noi. C’è ancora chi lo ama e chi lo odia. C’è una passione per la passione di Cristo e una per la distruzione. E l’accanirsi di tutti contro di Lui dice che Egli non è ancora morto”. Cristo è vivo! Questa è l’esperienza entusiasmante, che si ritrova in ogni convertito: Cristo è vivo!
E a Cristo, a conclusione della originalissima storia della Sua vita, Papini rivolge una memorabile preghiera che, ancora oggi, fa vibrare l’anima di profonda emozione:
“Gesù, sei ancora, ogni giorno, in mezzo a noi. E sarai con noi per sempre. Vivi tra noi, accanto a noi, sulla terra ch’è tua e nostra, su questa terra che ti accolse fanciullo tra i fanciulli e giustiziabile tra i ladri; vivi coi vivi, sulla terra dei viventi che ti piacque e che ami, vivi d’una vita non umana sulla terra degli uomini, forse invisibile anche a quelli che ti cercano, forse sotto l’aspetto d’un Povero che compra il suo pane da sé e nessuno lo guarda. Ma ora è giunto il tempo che devi riapparire a tutti noi e dare un segno perentorio e irrecusabile a questa generazione.
Tu vedi, Gesù, il nostro bisogno; tu vedi fino a che punto è grande il nostro grande bisogno; non puoi fare a meno di conoscere quanto è improrogabile la nostra necessità, come è dura e vera la nostra angustia, la nostra indigenza, la nostra disperazione; tu sai quanto abbisogniamo d’un tuo intervento, quant’è necessario un tuo ritorno. Sia pure un breve ritorno, una venuta improvvisa, subito seguìta da un’improvvisa scomparsa; un’apparizione sola, un arrivare e un ripartire, una parola sola nel giungere, una parola sola nello sparire, un segno solo, un avviso unico, un balenamento nel cielo, un lume nella notte, un aprirsi del cielo, un risplendere nella notte, un’ora sola della tua eternità, una parola sola per tutto il tuo silenzio.
Abbiamo bisogno di te, di te solo, e di nessun altro. Tu solamente, che ci ami, puoi sentire, per noi tutti che soffriamo, la pietà che ciascuno di noi sente per se stesso. Tu solo puoi sentire quanto è grande, immisurabilmente grande, il bisogno che c’è di te, in questo mondo, in questa ora del mondo. Nessun altro, nessuno dei tanti che vivono, nessuno di quelli che dormono nella mota della gloria, può dare, a noi bisognosi, riversi nell’atroce penuria, nella miseria più tremenda di tutte, quella dell’anima, il bene che salva.
Tutti hanno bisogno di te, anche quelli che non lo sanno, e quelli che non lo sanno assai più di quelli che lo sanno. L’affamato s’immagina di cercare il pane e ha fame di te; l’assetato crede di voler l’acqua e ha sete di te; il malato s’illude di agognare la salute e il suo male è l’assenza di te. Chi ricerca la bellezza nel mondo cerca, senza accorgersene, te che sei la bellezza intera e perfetta; chi persegue nei pensieri la verità, desidera, senza volere, te che sei l’unica verità degna d’esser saputa; e chi s’affanna dietro la pace cerca te, sola pace dove possono riposare i cuori più inquieti. Essi ti chiamano senza sapere che ti chiamano e il loro grido è inesprimibilmente più doloroso del nostro”.
E, a questo punto, dal cuore di Papini esce un’accorata preghiera che passa attraverso la passione di Cristo e diventa passione d’amore per Lui:
Sei venuto, la prima volta, per salvare; nascesti per salvare; parlasti per salvare; ti facesti crocifiggere per salvare: la tua arte, la tua opera, la tua missione, la tua vita è di salvare. E noi abbiamo oggi, in questi giorni grigi e maligni, in questi anni che sono un condensamento e un accrescimento insopportabile d’orrore e dolore, abbiamo bisogno, senza ritardi, d’esser salvati! Se tu fossi un Dio geloso e acrimonioso, un Dio che tiene il rancore, un Dio vendicativo, un Dio solamente giusto, allora non daresti ascolto alla nostra preghiera. Perché tutto quello che gli uomini potevan farti di male, anche dopo la tua morte, e più dopo la tua morte che in vita, gli uomini l’hanno fatto; noi tutti, quello stesso che ti parla insieme agli altri, l’abbiamo fatto. Milioni di Giuda ti hanno baciato dopo averti venduto, e non per trenta denari soli, e neppure una volta sola; legioni di Farisei, sciami di Caifa ti hanno sentenziato malfattore, degno d’esser rinchiodato; e milioni di volte, col pensiero e la volontà, ti hanno crocifisso; e un’eterna canaia di fecciosi esaltati t’ha ricoperto il viso di saliva e di schiaffi; e gli staffieri, gli scaccini, i portinai, la gente d’arme degli ingiusti detentori d’argento e di potestà ti hanno frustato le spalle e insanguinata la fronte; e migliaia di Pilati, vestiti di nero o di vermiglio, e usciti appena dal bagno, profumati d’unguenti, ben pettinati e rasati, ti hanno consegnato migliaia di volte agl’impiccatori dopo averti riconosciuto innocente; e innumerevoli bocche flatulenti e vinose hanno chiesto innumerevoli volte la libertà dei ladri sediziosi, dei criminali confessi, degli assassini conosciuti, perché tu fossi innumerevoli volte trascinato sul Teschio e affisso all’albero con cavicchi di ferro fucinati dalla paura e ribattuti dall’odio”. Come fanno impressione le parole di questa ardente preghiera: è la preghiera che sembra fatta anche per i nostri giorni!
E le ultime parole della preghiera rassomigliano al respiro affannoso di chi vorrebbe comunicare tante cose, ma gli restano bloccate nella gola per l’emozione e il brivido della febbre. Però riesce ancora a dire:
“La grande esperienza volge alla fine. Gli uomini, allontanandosi dall’Evangelo, hanno trovato la desolazione e la morte. Più d’una promessa e d’una minaccia s’è avverata. Ormai non abbiamo, noi disperati, che la speranza d’un tuo ritorno. Se non vieni a destare i dormenti accovati nella melma puzzante del nostro inferno, è segno che il castigo ti sembra ancor troppo corto e leggero per il nostro tradimento e che non vuoi mutare l’ordine delle tue leggi. E sia la tua volontà ora e sempre, in cielo e sulla terra. Ma noi, gli ultimi, ti aspettiamo. Ti aspetteremo ogni giorno, a dispetto della nostra indegnità e d’ogni impossibile. E tutto l’amore che potremo torchiare dai nostri cuori devastati sarà per te, Crocifisso, che fosti tormentato per amor nostro e ora ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile amore“.
E Papini lasciò torchiare dal suo cuore anche l’ultima goccia d’amore per Cristo. Un giorno gli capitò di leggere nel ‘Pellegrino Cherubico‘ di Angelo Silesio, ‘un protestante tedesco del Seicento, che quando si convertì al cattolicesimo diventò frate minore e poeta’, questa profonda affermazione: “Anche se Cristo nascesse mille e diecimila volte a Betlemme, a nulla ti gioverà se non nasce almeno una volta nel tuo cuore”.
Lo scrittore di Firenze si domandò: “Ma come potrà accadere questa nascita interiore?”.
Ecco la risposta che egli stesso ci ha consegnato: “Eppure questo miracolo nuovo non è impossibile purché sia desiderato e aspettato. Il giorno nel quale non sentirai una punta di amarezza e di gelosia dinanzi alla gioia del nemico o dell’amico, rallegrati perché è segno che quella nascita è prossima. Il giorno nel quale non sentirai una segreta onda di piacere dinanzi alla sventura e alla caduta altrui, consolati perché la nascita è vicina. Il giorno nel quale sentirai il bisogno di portare un po’ di letizia a chi è triste e l’impulso di alleggerire il dolore o la miseria anche di una sola creatura, sii lieto perché l’arrivo di Dio è imminente. E se un giorno sarai percosso e perseguitato dalla sventura e perderai salute e forza, figli e amici e dovrai sopportare l’ottusità, la malignità e la gelidità dei vicini e dei lontani, ma nonostante tutto non ti abbandonerai a lamenti né a bestemmie e accetterai con animo sereno il tuo destino, esulta e trionfa perché il portento che pareva impossibile è avvenuto e il Salvatore è già nato nel tuo cuore. Non sei più solo, non sarai più solo. Il buio della tua notte fiammeggerà come se mille stelle chiomate giungessero da ogni punto del cielo a festeggiare l’incontro della tua breve giornata umana con la divina eternità“.
Scriveva così il 25 dicembre 1955, poco più di sei mesi prima di morire: senza rendersene conto, Papini scrisse pagine simili a quelle di Francesco d’Assisi!
L’ultimo tratto di strada
Nell’ultimo periodo della vita di Giovanni Papini, una terribile malattia gli aveva tolto ogni movimento, bloccandolo in tutte le espressioni dei sensi. Eppure fu capace di dire: “Mi stupiscono, talvolta, coloro che si stupiscono della mia calma nello stato miserando al quale mi ha ridotto la malattia. Ho perduto l’uso delle gambe, delle braccia, delle mani e sono divenuto quasi cieco e quasi muto. Non posso dunque camminare né stringere la mano di un amico né scrivere neppure il mio nome; non posso più leggere e mi riesce quasi impossibile conversare e dettare. Sono perdite irrimediabili e rinunce tremende soprattutto per uno che ha la continua smania di camminare a rapidi passi, di leggere a tutte le ore e di scrivere tutto da sé, lettere, appunti, pensieri, articoli e libri”. La situazione era terribile!
Però, dopo la descrizione del suo ‘stato miserevole’, passa a fare il bilancio di ciò che ancora gli è rimasto; e lo enumera con la stessa minuzia con cui ha parlato delle sue privazioni. Quel poco che ha, gli dà gioia e ne parla volentieri con serenità e dolcezza: “E tutto questo non è nulla a paragone dei doni ancora più divini che Dio mi ha lasciato. Ho salvato, sia pure a prezzo di quotidiane guerre, la fede, l’intelligenza, la memoria, l’immaginazione, la fantasia, la passione di meditare e di ragionare e quella luce interiore che si chiama intuizione o ispirazione. Ho salvato anche l’affetto dei familiari, l’amicizia degli amici, la facoltà di amare anche quelli che non conosco di persona e la felicità di essere amato da quelli che mi conoscono soltanto attraverso le opere. E ancora posso comunicare agli altri, sia pure con martoriante lentezza, i miei pensieri e i miei sentimenti”. Come sono belle e luminose queste riflessioni!
La malattia intanto progrediva velocemente e inesorabilmente. Roberto Ridolfi riferisce la situazione drammatica e, allo stesso tempo, serena di quei momenti: “Presto anche i suoi non lo intesero più: prima la sua Giacinta, poi nemmeno la sua Viola; soltanto la nipote Anna riusciva a interpretare quei suoni informi e uniformi, quei mugolii inarticolati: come potesse, questo era per me e per tutti un mistero, che faceva pensare al miracolo. A un certo punto le condizioni peggioravano ancora e quasi ogni parola dovette essere formata lettera per lettera. Anna, allora, prendeva a recitare lentamente le lettere dell’alfabeto; quando pronunziava quella voluta, l’infermo faceva un segno col capo, il solo movimento di cui ancora fosse capace; poi ricominciava daccapo fino a formare la parola; ciò fatto, la tremenda fatica ricominciava, lettera dopo lettera, per la parola seguente”.
Eppure, in queste condizioni, Papini conservò la pace del cuore. Riuscì, un giorno, a dettare questo pensiero: “C’è un canto dentro di me che devo ascoltare io solo, che devo soffrire e sopportare soltanto io. Questo canto non sarà detto che nell’ultima ora della mia vita; questo canto sarà il principio d’una felice agonia”.
Chi riconosce in queste parole il Papini furioso e sacrilego del 1911? Quale meravigliosa trasformazione era avvenuta nel suo cuore! Negli ultimi giorni si faceva leggere il volume ‘Santi che amiamo‘ di Clara Boothe Luce. Il venerdì, 6 luglio, si aggravò ancora, ma volle ugualmente la lettura del capitolo su S. Francesco. Il giorno seguente quello su Tommaso Moro. Ormai si avvicinava il grande giorno dell’incontro faccia a faccia con il Signore del suo furore e del suo amore e Papini, come un bambino, aspettava l’ora decisiva della vita di tutti.
Riferisce Roberto Ridolfi: “E venne per gli ultimi conforti un fraticello francescano, fra Clementino, musico, organista eccellente… Non potendo ricevere il santo Viatico per le sue condizioni, ricevette l’Estrema Unzione. Ma quando il sacerdote pronunziando le formule sacramentali lo chiamò Giovanni, l’infermo cominciò ad agitarsi tutto nello sforzo di esprimersi. Intervenne la sua Giacinta e cercò di leggere l’ansia dello scrittore attraverso il linguaggio dello sguardo. Che cos’era che non andava bene? Perché Giovanni non voleva più essere chiamato con il nome di Giovanni? Giacinta, a un certo punto, ricordò un particolare: Giovanni, quando era entrato nel Terz’Ordine Francescano a La Verna, aveva assunto il nome di Bonaventura. Forse, pensò la donna, voleva essere chiamato con questo nome? Giacinta ebbe un lampo e suggerì al sacerdote di chiamarlo con il nome di Bonaventura. Il sacerdote, allora, si accostò nuovamente all’infermo e gli disse: ‘Bonaventura, vuoi ricevere il sacramento dell’Unzione degli Infermi?’. Giovanni Papini, a questo punto, ritrovò la serenità: sorrise e fece capire che voleva essere chiamato così nel momento in cui stava per presentarsi all’appuntamento con Dio”.
Questo particolare rassomiglia veramente ad un fioretto francescano. E venne l’alba dell’8 luglio 1956: l’ultimo giorno di quaggiù, il primo giorno dell’eternità: “L’orologio suonava le otto e l’infermo levò di nuovo il capo ad ascoltarlo. Il suono s’era fatto ancora più dolce, più lontano; gli veniva attraverso la nebbia che da tanto tempo ormai l’avvolgeva, ma si era addensata, affoschita di più nelle ultime ore… Buio, buio. Poi, ecco, d’un tratto anche la nebbia è attraversata da una grande luce, come aveva scritto in quella sua scheggia:
‘Quando ai miei occhi di prossimo sepolto il sole per l’ultima sera
varcherà le mura occidentali, Dio sarà sempre con me,
sole dei soli’… Dio lo aveva esaudito: era arrivato in fondo
‘con l’anima intera’ “. Con l’anima di un agnellino!
Una morte così non è un miracolo?
Non è un segno evidente che Cristo è vivo
e continua a camminare in mezzo a noi,
di strada in strada, di casa in casa, di capezzale in capezzale?
Se bussa alla nostra porta, apriamogli senza indugio!
[ © “MESSAGGIO DELLA SANTA CASA”, gennaio - febbraio –marzo 2004]

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