VITAMINA D: QUANDO LA SCIENZA C'E' MA NON SI ASCOLTA
La scoperta della vitamina D affonda le sue radici agli inizi del Novecento: nel 1919, il medico tedesco Kurt Huldschinsky osservò che i bambini affetti da rachitismo miglioravano sensibilmente se esposti alla luce ultravioletta. Pochi anni dopo, nel 1922, A.F. Hess e H.B. Gutman ottennero risultati simili usando la luce solare naturale.
Parallelamente, Elmer McCollum identificò una sostanza liposolubile nell’olio di fegato di pesce in grado di prevenire il rachitismo. Era l’inizio della storia della vitamina D.
Oggi conosciamo molto di più. Eppure, la consapevolezza reale sull’importanza della vitamina D resta drammaticamente limitata.
La forma attiva della vitamina D, il calcitriolo, agisce attraverso un recettore specifico (VDR) presente in molti tessuti. È fondamentale per:
mantenere l’equilibrio calcio-fosfato;
sostenere la salute di ossa e muscoli;
regolare il sistema immunitario;
proteggere il sistema cardiovascolare e nervoso.
Il recettore VDR è presente anche in aree cerebrali chiave come l’ippocampo, l’ipotalamo e la substantia nigra, rendendo plausibile il legame tra carenza di vitamina D e disturbi neurologici.
In ambito immunologico, la vitamina D:
modula l’attività delle cellule immunitarie (linfociti, monociti, neutrofili, cellule dendritiche);
promuove la produzione di peptidi antimicrobici;
favorisce il passaggio da una risposta infiammatoria Th1 a una risposta immunitaria più bilanciata Th2;
sostiene l’integrità delle barriere epiteliali.
Non sorprende quindi che una carenza di vitamina D sia correlata a un’aumentata incidenza di infezioni, soprattutto respiratorie, e che i livelli bassi siano associati a maggior rischio oncologico, peggior esito clinico e maggiore aggressività dei tumori.
Nonostante l’evidenza scientifica, l’approccio clinico alla vitamina D rimane spesso superficiale. La classica prescrizione di una singola dose mensile da 25.000 UI non è quasi mai sufficiente a coprire il fabbisogno reale, specie in soggetti a rischio, sedentari, in sovrappeso, in menopausa o con patologie croniche.
È un po’ come dire: "fai la spesa una volta al mese e basta così per tutto il condominio".
E lo studio che nega tutto?
Di recente, una pubblicazione sul New England Journal of Medicine ha messo in dubbio l’efficacia della vitamina D nella prevenzione delle fratture. Lo studio coinvolgeva oltre 40.000 soggetti… ma:
la maggior parte non era carente di vitamina D;
l’età media era relativamente giovane;
non sono stati considerati fattori cruciali come lo stile di vita, l’attività fisica, la dieta, la menopausa, o la presenza di malattie croniche;
e comunque le dosi erano “da mantenimento” (2000 UI/die), non correttive.
Siamo davvero sicuri che sia la vitamina D a non funzionare?
O piuttosto si tratta dell’ennesimo caso di interpretazione limitata (o di comunicazione fuorviante) su una molecola libera da brevetti, poco costosa e sorprendentemente efficace, che però non conviene promuovere?
La vitamina D non è una “vitamina qualsiasi”, ma un regolatore ormonale di ampia portata. Il suo ruolo nella prevenzione e nel supporto terapeutico di diverse condizioni è stato confermato da centinaia di studi.
Non lasciamoci distrarre da conclusioni affrettate o da logiche che non hanno nulla a che vedere con la salute pubblica.
Serve più CONOSCENZA, più RESPONSABILITA' e meno SUPERFICIALITA'.
Dal nutrizionista di paese è tutto e i Tacchini Ignoranti MUTI.
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